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IS: Da dove nasce l’idea e l’esigenza della ricerca sull’editoria invisibile?

MC:  L’idea dell’indagine nasce da un lavoro che fece alcuni anni fa l’associazione Re.Re.Pre. (Rete Redattori Precari), basato su un questionario seppur limitato ad un centinaio di lavoratori, che però già mise in evidenza una serie di aspetti che dichiaravano la condizione di assoluta precarietà di quei lavoratori. Sulla base di quei dati costruimmo la richiesta contrattuale nella piattaforma del contratto dei grafici, che fu utile nella discussione sulla condizione di quei lavoratori durante il confronto con la nostra controparte. Come è noto non ottenemmo la contrattualizzazione di quei rapporti di lavoro, tuttavia è stato per noi importante proseguire su quella strada, mantenendo un  rapporto con l’insieme del mondo del lavoro autonomo nel campo dell’editoria.

Il rapporto proseguì anche con altre associazioni, fra cui Strade, il sindacato traduttori. Ma sono convinto che fu proprio la vertenza contrattuale a stimolare l’attenzione di molte nostre strutture territoriali, tra cui Milano e Bologna, e che per questo l’Ires di Bologna si rese disponibile a condurre una ricerca, che si è poi rivelata piuttosto innovativa sia sulla metodologia che sulla platea di lavoratori interessati. Abbiamo dato corso a questa iniziativa sette, otto mesi fa e i risultati sono stati piuttosto interessanti anche per la quantità di lavoratori coinvolti, oltre un migliaio, quindi un campione decisamente interessante. Il questionario è stato costruito benissimo, con la partecipazione dei diretti interessati, e ne è venuto fuori uno spaccato che per certi aspetti conoscevamo già, ma il questionario scientificamente gestito ci ha consegnato un elemento di conoscenza certificato.

IS: I dati riportano una bassa percentuale di contratti a tempo indeterminato, bassi guadagni e alta precarietà a fronte di alta professionalità. Cosa dicono questi dati del modus operandi delle aziende del settore?

MC: Intanto questo è lo spaccato di una situazione giovanile un po’ più larga: ormai sono tantissimi i giovani ad altissima scolarità, ad alta professionalità, i quali incontrano situazioni di lavoro saltuario, precario con stipendi molto bassi e le aziende si avvalgono di queste professionalità. Dal nostro punto di vista, direi, con scarsa lungimiranza, nel senso che l’utilizzo del lavoro precario e i costi oggettivamente bassi che questo lavoro implica consente alle aziende di sopravvivere in questa fase di crisi profonda, crisi che  si trascina da troppi anni, che ha varie origini (finanziaria, costi energetici, produzione della carta, crollo del mercato pubblicitario, passaggio dal cartaceo al digitale). Tuttavia questa è una situazione che non  è destinata a rimanere così nel tempo: il mercato avrà un suo assestamento, il settore non sarà probabilmente quello che conosciamo oggi, sarà un settore diverso, ma quegli elementi di conoscenza che questi lavoratori hanno, devono diventare il patrimonio di queste aziende. Quello che ci preoccupa di questi lavoratori, al di là delle condizioni, delle tutele che non hanno, dei trattamenti economici infimi, è, al di là della situazione strettamente sindacale, il tema della prospettiva. C’è il rischio che queste aziende rinuncino a un pezzo importante di conoscenza. Ormai questi lavoratori hanno un know how molto forte. Non a caso abbiamo intitolato la ricerca Editoria invisibile: ok sull’invisibile ma pur sempre editoria con tutto quello di importante c’è in un mondo del lavoro che ancora ha nella risorsa umana la sua centralità. L’innovazione tecnologica può alleggerire o modificare i criteri di produzione (e in questo consiste principalmente il passaggio dal cartaceo al digitale) ma l’intelligenza della risorsa umana rimane. Siamo preoccupati dell’impoverimento del sistema produttivo nazionale se a questi lavoratori non si dà una prospettiva.

IS: Questi lavoratori non potrebbero essere riqualificati per l’editoria digitale?

MC: E’ del tutto evidente che queste persone sono sicuramente sia per età che per formazione quelle più indicate e predisposte a incontrare le nuove piattaforme tecnologiche. Per questi motivi dico che le case editrici dovrebbero cominciare a considerare questi lavoratori come una ricchezza e non come limoni da spremere all’occasione. Quello che noi chiederemo, e in qualche modo abbiamo chiesto alle case editrici con la nostra iniziativa, è di provare a guardare un po’ più in là del contingente. Chiederemo loro un ragionamento sulle prospettive e come, dentro la trasformazione, come loro pensano di salvaguardare una risorsa umana straordinaria. Questi lavoratori vantano ormai conoscenze strutturali all’interno del settore: abbiamo lavoratori che lavorano nell’editoria da 8-10 anni e oltre, quindi non parliamo di ragazzi alle prime armi, ma parliamo di persone con elevata professionalità, acquisite nel tempo. Ed è del tutto evidente che se il sistema delle imprese non dà loro una prospettiva, come l’indagine mette in evidenza, se non c’è prospettiva certa, dopo una certa età si cercano altre strade e contestualmente si perdono delle professionalità. Questa è la sfida vera che noi porremo ai nostri interlocutori.

IS: Se avessi di fronte un editore medio-grande, quali sarebbero i temi principali di confronto tra un sindacalista e un editore?

MC: La prima cosa che gli direi è “pensa cosa farai da grande”. È chiaro che adesso si sta vivendo una fase di compressione delle attività, la cosa è complicata. E poi “chi pensi di portarti dietro”. Questo è il tema. Proprio perché siamo nella condizione che conosciamo, con un settore che ha espulso migliaia di lavoratori, abbiamo posto la sfida dell’emersione del lavoro precario. Non è chiediamo che da domattina tutti questi lavoratori vengano stabilizzati (al di là del fatto che alcuni di questi non hanno intenzione di avere un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato). Abbiamo proposto di guardare più in là della fase contingente ed avviare un percorso di regolarizzazione per cui un po’ alla volta vi siano trattamenti dignitosi. Da questo punto di vista anche le ultime norme di legge che consegnano alle parti l’obbligo di identificare dei trattamenti economici per i contratti a progetto collegati alle mansioni analoghe previste dai contratti di lavoro, rappresentano un terreno sul quale è possibile avviare un confronto. Poi, con la liberalizzazione di fatto delle partite iva voluta dalla Fornero, abbiamo il fenomeno del passaggio di lavoratori da contratto a progetto a partita iva anche perché evidentemente il Ministro non sapeva esattamente di cosa stesse parlando. Noi abbiamo comunque bisogno di un percorso di risanamento del settore. Questi settori come altri hanno vissuto la fase lunghissima di ubriacatura da diverse forme contrattuali: la figura professionale che è cresciuta di più in questi anni è quella del consulente del lavoro perché le aziende non sanno come gestire i diversi rapporti di lavoro. Non è possibile che dall’ubriacatura si passi immediatamente alla sobrietà, quindi bisogna che ci sia una fase di disintossicazione. È totalmente inaccettabile, per esempio, che non ci siano coperture per la maternità, che non ci sia tutela per la malattia, che la formazione sia interamente a loro carico ecc. Occorre riportare all’interno di questo mondo un minimo di civiltà.

IS: Su cosa si gioca la sfida della rappresentanza Cgil in questo settore?

MC: Tema complicato: il sindacato non è un’associazione culturale o una setta religiosa. La rappresentanza riusciamo ad esplicarla nel momento in cui le controparti con cui facciamo accordi e contratti riconoscano la rappresentanza del lavoro autonomo. Attualmente, da codice civile, il Ccnl regolamenta i rapporti di lavoro subordinato, mentre questi lavoratori rientrano nella sfera del lavoro autonomo e pertanto non sono compresi nella sfera di applicazione dei Ccnl. Quando come Cgil parliamo di inclusività dei contratti di lavoro, diciamo una cosa importante, cioè che i contratti di lavoro non possono più solamente riguardare il classico rapporto di lavoro subordinato. Questo perché ormai il mondo del lavoro è una mela spaccata in due: il 52% sono rapporti di lavoro subordinato, il 48% sono altro. Noi non possiamo pensare che i contratti di lavoro riguardino, se va avanti così, la riserva indiana dei contratti subordinati. La controparte deve accettare l’idea che il sindacato negozi anche per conto di lavoratori che rientrano nella sfera del lavoro autonomo.  Non farei nessun’altra norma di legge sulla condizione di questi “n” rapporti di lavoro, perché ne abbiamo già troppe, ma sarebbe utile che si attribuisse alla contrattazione collettiva anche la funzione di regolazione di quella sfera larghissima di cosiddetto lavoro autonomo. Poi le parti sono in grado di decidere modalità e percorsi.

IS: Ritieni che l’essere editore si stia snaturando? Sono editori ma potrebbero vendere qualunque altro prodotto?

MC: L’editoria, per come la conosciamo noi, in linea di massima è costituita da imprenditori e società che hanno a cuore il prodotto. Queste sono attività che da parte dell’imprenditore implicano ricerca, comprensione dell’andamento dei mercati, del gusto dei lettori, delle loro propensioni. Faccio fatica a pensare che la semplificazione dei processi di produzione possa snaturare radicalmente la funzione dell’editore. Nell’editoria digitale il processo produttivo è più semplice, più veloce e meno impegnativo dal punto di vista imprenditoriale, e quindi possono affacciarsi imprenditori diversi da quelli che conosciamo. In ogni caso un editore deve sempre fare i conti con lavori intellettuali, molto qualificati. L’editoria deve continuare ad essere un settore di qualità, dall’editoria scolastica e per l’infanzia fino ai grandi editori che lavorano per il grande pubblico.

IS: La proposta di Slc Milano giunge in tempo…

MC: Il lavoro svolto dalle nostre strutture di Milano insieme alla rete dei Redattori precari è interessante. Fornisce un contratto tipo che può essere utilizzato nel confronto con le controparti. La precondizione è che ci sia la volontà delle associazioni datoriali di aprire un dialogo su questo aspetto. Noi abbiamo già una proposta importante in mano.

* Segretario generale Slc Cgil. L'intervista apre il numero 5/2012 della rivista IS. Intervista a cura di Barbara Perversi

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